Lettere al Direttore
Riceviamo e pubblichiamo un interessante lettera di un nostro lettore. Replicheremo nell’immediato, ma per ora ne diamo pubblica lettura:
Gentile Minnante,
le vorrei scrivere due righe su un’esperienza accadutami alcuni mesi fa e che, a mio modesto avviso, costituisce una seria pregiudiale giuridica nell’ambito dei rapporti di coppia, con serie ripercussioni anche sul diritto canonico e sull’attuale dibattito sulle convivenze di genere. L’episodio è il seguente: alcune settimane fa ho avuto modo di conoscere una conturbante fanciulla nel mio luogo di lavoro (mi occupo di pubbliche relazioni per una grossa società di consulenza finanziaria). La ragazza si è subito dimostrata sensibile alle mie attenzioni e, dopo qualche settimana di corteggiamento, ha accettato un mio invito a cena fuori. Premetto che il motivo del mio interesse era il seno generoso che mi sembrava di intuire dalle forme della ragazza in questione. Per farla breve, dopo un po’ di tempo, è iniziata una bella relazione sentimentale che ha avuto il suo momento culminante due sere fa, quando Marina (nome di fantasia), mi ha invitato a casa sua. In questa occasione, la ragazza si è spogliata, evidenziando delle grosse carenze sulle misure del seno: il push up ne aumentava il volume, e una banale seconda era diventata un’irresistibile quarta, garantendosi così l’ingresso oltre la soglia dell’amore vero e proprio. Ho fatto il mio dovere di uomo, soddisfacendola, ma niente era più come prima. Che fine avevano fatto quei frutti così agognati? inutile dire che da parte mia non c’è più il trasporto di prima, il quale ha oramai lasciato spazio a una severa riflessione sulla necessità di tutelarci da quelle che potremmo definire “frodi di genere”. Un mio amico avvocato mi ha parlato del potenziale reato di pubblicità ingannevole. E’ così? Lei cosa ne pensa?
colgo l’occasione per ringraziarla per questo autoervole spazio di dibattito su un tema che è stato, è e sarà sempre al centro delle nostre più dolci riflessioni.
A presto,
Lucio F., Novara
ilminnante Said:
on settembre 15, 2008 at 15:30
Caro Lucio,
una risposta chiara e puntuale è da preferirsi in questo caso ad una articolata e oblunga. Il nostro pensiero già ampiamente riportato nel nostro “quasi manifesto” ci fa dire, riguardo al problema da te sollevato, che dovremmo essere più severi di quanto il tuo amico avvocato suggerisca. Il reato di pubblicità ingannevole si potrebbe infatti riferire al reggiseno e non al soggetto che lo indossa, e come sai il reato è sempre di un soggetto, appunto, mai di un oggetto:un martello è un martello, è neutro, è il suo uso che lo connota. Certo uno strumento quale il push up è di per sè traviante, e per noi dolcemente “drogati”dalle minnazze è da considerarsi un palliativo, una distrazione. Il reato, semmai, è da imputare a queste “fanciulle”il loro spessore etico-morale è pari alla loro taglia:scarso!Quale perversione muove queste arpie verso l’inganno di noi sinceri appassionati?Quale movente giustifica l’attacco alla natura profonda del fenomeno minnazza?Noi ci vediamo una sorta di heideggerismo eretico in tutto ciò, un piegare la tecnica a discapita della natura, a costo di forzarla, travisarla, ingigantirla otticamente senza intaccarne il moto (non nascosto) che la agita:ecco perchè partendo dallo spunto che ci hai fornito pubblicheremo prestissimo un post tendando di suggerire delle “verifiche” da attuare per non cadere in simili inganni e patirne poi le relative delusioni. L’altra idea che lanciamo, mossi sempre dalla tua sentita lettera a cui ci lega una solidarietà vera per ciò che ti è accaduto, è una grande petizione popolare contro il push up, ma soprattutto la richiesta di estendere i reati di frode e abuso di fede a queste incantatrici, dotate di poche minnazze e poca considerazione:non crediamo ad un disegno divino, ma ci sarà un motivo se queste maghe dell’inganno non hanno minnazze, non hanno il cuore che le supporti.
Spero di esserti stato d’aiuto, ringraziandoti,
il MinnanteDirettore